Ammissibilità del ricorso per Cassazione per norme sopravvenute

Valentina Notarnicola, Lawyer presso lo Studio Legale Michele Sorgente

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Cassazione Civile, SS.UU. , sentenza  27/10/2016 n. 21691

. Brevi cenni sul Ricorso per Cassazione

In prima facie, occorre fare breve cenno all’istituto del “Ricorso per Cassazione”, sancito dall’art. 360 del codice di rito civile, ai sensi del quale “Le sentenze pronunziate in grado d’appello o in un unico grado possono essere impugnate con ricorso per cassazione: 1) per motivi attinenti alla giurisdizione; 2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto in regolamento di competenza; 3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro; 4) per nullità della sentenza o del procedimento; 5) per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione delle parti (Art. 360, primo comma, del c.p.c.).

Secondo quanto è statuito dal codice di procedura civile all’art. 360, il Ricorso per Cassazione è un mezzo di gravame ordinario ad effetto limitatamente devolutivo esperibile innanzi alla Suprema Corte, al fine di impugnare le sentenze pronunziate in grado di appello o in un unico grado, relativamente agli errori di diritto, non essendo possibile, dinanzi alla Suprema Corte, valutare nuovamente il merito della controversia. Trattasi, altresì di “mezzo di impugnazione a critica vincolata”, potendo le parti far valere meramente i motivi inequivocabilmente indicati nella norma succitata.

Risulta percepibile in nuce che si tratti, a tutti gli effetti di un sindacato di legittimità, in ispècie  di un controllo sulla corretta applicazione delle norme di diritto.

Cassazione per violazione di legge sopravvenuta: ammissibile- SS.UU. 27  ottobre 2016 n. 21691

Panta rei è il principio, secondo cui la società moderna impone un cambiamento veloce e, di ciò,  ne ha preso atto la Suprema Corte di Cassazione che, a Sezioni Unite, al fine di comporre una diatriba giurisprudenziale, ha testualmente asserito che “la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perché dotate di efficacia retroattiva” (Cass. S.U. sent. n. 21691/16 del 27.10.2016).

Il contrasto giurisprudenziale che la Suprema Corte, a Sezioni Unite, è stata chiamata a comporre,  concerneva l’interpretatio prudentium in merito all’art. 360, comma 1, n. 3 del codice di rito che ammette il ricorso in Cassazione “per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro”, nella specie, sopravvenute. La Suprema Corte, a Sezioni Unite, dirime un duplice contrasto di orientamenti riguardo all’ammissibilità del Ricorso alla Corte di legittimità per la violazione di legge nel caso di norme sopravvenute con la sentenza n. 21691/2016. Sulla base dell’ultimissima disposizione giurisprudenziale della Suprema Corte, è ammissibile il Ricorso per Cassazione per violazione o falsa applicazione di norme promulgate in un momento successivo alla pubblicazione della sentenza impugnata, a condizione che esse abbiano effetto retroattivo. Tra i presupposti che il codice di procedura civile annovera tra i vizi per impugnare la sentenza di secondo grado, vi è la violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro. Non deve trattarsi, nondimeno, imprescindibilmente di normative già in vigore al momento della pubblicazione del provvedimento impugnato, bensì di norme emanate in un momento successivo alla predetta pubblicazione e prima della presentazione del ricorso per Cassazione, purché abbiano efficacia retroattiva. E’ nella retroattività della legge che deve individuarsi il parametro di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., co. 1, n. 3, in siffatte ipotesi la Corte ammette il Ricorso per Cassazione anche solo per denunziare la violazione della nuova legge.

Secondo punto di diatriba attiene al rapporto tra legge retroattiva e giudicato, a tal riguardo la Corte nella sentenza in commento chiarisce “Se la sentenza si compone di più parti connesse tra loro in un rapporto per cui l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale ne impedisce il passaggio in giudicato” (Cass. S.U. Sent. n. 21691/2016).

La Corte, orbene, predilige l’orientamento secondo cui, nell’eventualità della domanda strettamente connessi, se quello principale viene accolto, lo saranno inevitabilmente anche quelli da esso discendenti.

Risulta percepibile in nuce che, secondo quanto sin   qui sostenuto, per la Cassazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, va interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni normative emanate successivamente la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora munita di efficacia retroattiva, ciò rende ammissibile il Ricorso per Cassazione per la violazione di una legge sopravvenuta, ricorso che soggiace al solo limite del giudicato.

. Il caso di specie oggetto della Sentenza in esame

Ma procediamo con ordine, andando ad effettuare una disamina del caso di specie.

Nella fattispecie de qua, una dipendente aveva convenuto in giudizio l’azienda presso cui espletava attività lavorativa, affermando di essere stata assunta con “contratto di lavoro subordinato a tempo determinato” redatto in violazione dell’art. 1 della legge 230/1962, al fine di ottenere dl giudice il riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro a “tempo indeterminato”, motivato dalla protratta reiterazione nel tempo di contratto di lavoro a tempo determinato, con relativo reintegro nel posto di lavoro; parte istante, chiedeva inoltre il consequenziale risarcimento del danno patito.   Il tribunale  adito dichiarava, altresì, la nullità di taluni contratti, condannando il datore di lavoro al pagamento delle retribuzioni maturate dalla notifica del ricorso. Avverso tale sentenza ambedue le parti, proponevano appello. La corte territoriale di Roma, con una prima sentenza non definitiva, accoglieva parzialmente l’appello incidentale della dipendente, dichiarando la nullità anche degli altri contratti e, con una seconda definitiva, in accoglimento del motivo di appello incidentale, riconosceva il diritto della stessa al trattamento economico e normativo delle mansioni espletate da un determinato periodo in poi, condannando la società alla corresponsione delle relative differenze retributive. L’azienda presentava, pertanto, Ricorso per Cassazione, avverso entrambe le sentenze.

. Si al Ricorso per Cassazione per leggi pubblicate dopo la sentenza impugnata

- Punti salienti della sentenza

La sezione lavoro, con ordinanza interlocutoria, rimetteva la controversia al primo presidente per un’eventuale assegnazione della suddetta alle Sezioni Unite, giacché la richiesta di applicazione, da parte della ricorrente, dell’art. 32 della Legge n. 183 del 2010, promulgata dopo la pubblicazione della sentenza di appello, ma prima della notifica del Ricorso per Cassazione, faceva insorgere una vexata quaestio che dava origine ad orientamenti contrastanti. Orbene, il primo presidente, disponeva l’assegnazione alle Sezioni Unite.

Nel ricorso proposto, specificatamente, con il quinto motivo, la ricorrente richiedeva, altresì, l’applicazione dell’art. 32, commi 5 e 7, della Legge 4 novembre 2010, n. 183, che apportava emendamento alla disciplina del risarcimento del danno in caso di contratto a termine illegittimo. La summenzionata disposizione normativa entrava in vigore il 4 novembre 2010, indi, dopo la sentenza di appello, ma precedentemente alla richiesta di notifica del ricorso per cassazione.

Uno degli aspetti salienti e peculiari della decisione de quo, è l’efficacia di una legge sopravvenuta alla risoluzione della controversia processuale ed il rapporto con l’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale che, a sua volta, rimanda all’art. 25 della Cost.  Il principio cardine in materia di efficacia della legge nel tempo, è sancito dal ridetto art. 11 del c.c., ai sensi del quale: “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”. Tuttavia tale disposizione consente delle deroghe. In ispecie, nel caso in esame, rileva la “norma sopravvenuta”, al comma settimo dell’art. 32 della Legge n. 183 del 2010, prevede che “le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione a tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge”.

La corte, con il provvedimento in commento, ha altresì ammesso l’applicabilità della norma sopravvenuta, giacché nel concetto dei giudizi pendenti, rientrano anche quelli in cui la pendenza proviene dalla proposizione o proponibilità del ricorso per cassazione (Cass. 31 gennaio 2012, n. 41409) e quei giudizi in cui la Corte di Cassazione si è pronunziata con rinvio al giudice di merito e quest’ultimo non ha ancora definito il giudizio ( Cass., 2 marzo 2012, n. 3305 e Cass. 4 febbraio 2015. N. 1995).

Altra questione affrontata dalla Corte nella decisione de quo, è la violazione delle norme di diritto, ex art. 360, n.3 del codice di rito, concerne meramente le norme vigenti al momento della decisione impugnata o anche quelle entrate in vigore successivamente, purché si tratti di normative dotate di efficacia retroattiva.

La corte di Cassazione ha riferito due orientamenti discrepanti: il primo indirizzo reputa possibile richiedere direttamente l’applicazione della nuova disciplina retroattiva, con uno specifico motivo di ricorso; l’altro orientamento, lo esclude, giacché la proposizione del ricorso in cassazione  comporta inevitabilmente la denunzia di un vizio della sentenza di merito, vizio che non può constare nella violazione di una normativa che al momento della sentenza non era stata promulgata.

La Corte ha, altresì,  puntualizzato che la violazione di legge si verifica anche quando vi sia discrepanza tra il provvedimento emesso dal giudice e una norma di diritto attuabile ratione temporis al rapporto dedotto in giudizio. Dunque, la Corte sancisce la legittimità del Ricorso in cassazione avverso una sentenza in cui l’organo giudicante abbia regolarmente applicato una legge all’epoca vigente, ma sia sopravvenuta una nuova normativa con efficacia retroattiva. La corte, ha pertanto, asserito che la “legge retroattiva” costituisce il parametro del giudizi sulla violazione di legge ai sensi dell’art. 360 n.3 c.p.c., e, alla luce di detto excursus, il ricorso in cassazione può altresì essere proposto anche per censurare meramente la violazione della nuova legge.

La pronunzia della Corte di Cassazione a Sezione Unite, ha enunciato che la nuova normativa, dotata di efficacia retroattiva, debba essere adottata nei processi in corso nonostante sia interposta in seguito alla notifica del ricorso in cassazione e, di conseguenza, senza che il ricorrente abbia potuto formulare un preciso motivo di ricorso, poiché anche la corte di cassazione deve applicare il principio “iura novit curia”.

La corte ha esaminato un altro aspetto che attiene ai “limiti” che la legge retroattiva sopravvenuta incontra a causa del giudicato. A tal proposito, si riscontrano due differenti orientamenti giurisprudenziali; il primo orientamento giurisprudenziale ( Cass., 17 marzo 2014, n. 6101), sorregge la sussistenza di un limite all’applicabilità della nuova legge ai giudizi in corso, delineato dal giudicato interno della sentenza, che deve ritenersi formato qualora un determinato capo della pronuncia di primo grado, non sia stato impugnato; il secondo indirizzo giurisprudenziale (Cass., 28 marzo 2012, n. 5001; cfr. cass, 8 gennaio 2015, n. 85)   afferma che il giudicato interno non si è formato perché, l’eventuale accoglimento di altri motivi di gravame, discendente dalla sentenza impugnata, avrebbe comportato la perdita di efficacia anche delle statuizioni non espressamente contestate. La corte ha accolto quest’ultima soluzione e ha, pertanto, dichiarato che se i capi della domanda sono strettamente connessi tra loro, ovverosia se vi è un capo principale, dal cui accoglimento deriva la sorte degli altri da esso dipendenti, quando il principale viene accolto, anche gli altri capi della domanda, seguiranno la medesima sorte. Ex adverso, se quel capo verrà rigettato, anche gli altri, di conseguenza, verranno rigettati. A tal proposito, la corte ha analizzato ed esaminato il concetto di “acquiescenza parziale” ex art. 329, secondo comma, del codice di rito, ai sensi del quale “l’impugnazione parziale importa acquiescenza alle parti della sentenza non impugnate”. Detta disposizione si applica quando le parti della sentenza non siano tra loro collegate da un nesso secondo cui l’impugnazione della parte principale se accolta comporta l’automatico venir meno delle altre parti. Invero, il principio sancito dal succitato art. 329 c.p.c, comma secondo, vale solo per i capi della sentenza autonomi e indipendenti da quello impugnato, viceversa, allorché due o più parti di una sentenza siano correlate da un nesso di dipendenza, l’accoglimento dell’impugnazione attinente alla parte principale comporta l’automatica perdita di efficacia giuridica anche di quella dipendente. In conclusione, la Corte ha altresì puntualizzato che, anche in ordine al concetto di giudicato, l’impugnazione della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche delle parti dipendenti da quest’ultima, anche nell’ipotesi in cui dette parti non siano stato oggetto di specifico motivo di impugnazione.

Le Sezioni Unite, in conclusione, hanno chiarito e sciolto qualsiasi dubbio relativo alle questioni scandagliate , enunciando i seguenti principi di diritto:  “l’art. 360, primo comma, numero 3, deve essere interpretato, nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perché dotate di  efficacia retroattiva. In tal caso è ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta”. “Il ricorso per violazione di legge sopravvenuta incontra il limite del giudicato. Se la sentenza si compone di più parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente, pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima”.

 

In nuce, i cittadini posso proporre un ricorso per cassazione avverso una sentenza che abbia regolarmente applicato la legge all’epoca in cui è stata pubblicata se, successivamente, sia intervenuta una nuova disposizione legislativa dotata di efficacia retroattiva volta ad emendare totalmente lo stato della normativa in materia. In ottemperanza al principio iura novit curia, l’apposizione retroattiva della nuova legge debba essere  concessa anche quando sia subentrata dopo la notifica del ricorso per cassazione, senza che parte istante abbia potuto formulare specifico motivo di ricorso. Unico vincolo che grava sul’organo giudicante ad applicare una legge successiva con valore retroattivo, è il passaggio in giudicato della sentenza oggetto di gravame.

 

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