Il fallimento quale evento interruttivo del processo: prima e dopo la riforma del 2006

Marialessandra Nacucchi, Lawyer presso lo Studio Legale Michele Sorgente

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Tra le conseguenze del fallimento in capo al fallito, vi è, da sempre, quella processuale sancita dal primo comma dell’art.43 l.fall., secondo cui “nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio il curatore”. Si tratta, secondo l’orientamento maggioritario, di un’ ipotesi di perdita della capacità processuale, quale capacità di stare in giudizio ai sensi dell’art. 75 c.p.c., come riconosciuta ai soli soggetti che hanno libero esercizio dei diritti che vi si fanno valere; piuttosto che di un’ipotesi perdita della legittimazione attiva e passiva alle azioni inerenti a tali rapporti.

Quanto all’ambito di applicazione della norma in commento, il riferimento ai “rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento” permette di affermare che la suddetta perdita di capacità processuale non riguarda né i rapporti personali, né i rapporti esclusi dal fallimento ex art. 46 l.fall.; a completamento dell’indagine in questione non può, poi,  omettersi il riferimento al secondo comma dell’art. 43 l.fall., per cui il fallito può intervenire nel giudizio solo per le questioni dalle quali può dipendere un'imputazione di bancarotta a suo carico o se l'intervento è previsto dalla legge.”

Chiariti i due aspetti che, da un lato, ante riforma, costituivano i punti fermi della disciplina degli effetti processuali del fallimento e sui quali, dall’altro,  a seguito della riforma, continua a non esservi discordia, ovvero  la classificazione della fattispecie come ipotesi di perdita di capacità processuale e l’ambito di applicazione della norma; occorre approfondire quelli che rappresentavano, invece, gli aspetti problematici prima delle innovazioni operate dal legislatore nel 2006, innovazioni intervenute, per l’appunto,   proprio nell’ottica di dirimere i dubbi generati dalla formulazione dell’art. 43 l.fall.; si tratta, cioè, soprattutto, di esaminare la questione concernente gli effetti del fallimento sui giudizi in corso, ove la parte interessata dalla procedura si sia già costituita in giudizio.

In passato, prima della riforma in questione, invero, il fallimento veniva sì considerato  evento interruttivo del processo, ma era consolidato in dottrina e giurisprudenza l’orientamento secondo cui esso poteva essere eccepito solo  a favore dalla massa dei creditori e, quindi, solo dal curatore e, comunque, mai dalla controparte o d’ufficio; sicché, di fronte al deliberato disinteresse degli organi della procedura fallimentare, il fallito ben avrebbe potuto provvedere alla tutela giudiziale dei rapporti trascurati, per proprio conto e con i propri mezzi. Si riteneva, perciò, che a tali ipotesi dovessero applicarsi le regole codicistiche ex art. 300 c.p.c., posto che “il fallimento, sopravvenuto nel corso del giudizio, di una parte costituita a mezzo di procuratore non determina l'interruzione del processo automaticamente dal momento dell'evento indipendentemente da qualsiasi dichiarazione del fatto interruttivo, non sussistendo alcuna disposizione, in materia fallimentare, da cui possa ricavarsi una deroga al principio generale dell'art. 300 cod. proc. Civ.” (Cassazione 22.06.2001, n.8530); norma quest’ultima “che prevede, a tal fine, la necessità della dichiarazione in giudizio dell'evento. In difetto di tale dichiarazione, il processo prosegue tra le parti originarie (almeno fino a quando non si costituisce il soggetto legittimato) e l'eventuale sentenza pronunciata nei confronti del fallito non è nulla, nè "inutiliter data", bensì soltanto inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali il giudizio in tal modo proseguito costituisce "res inter alios acta” (Cassazione civile, sez. lav., 06.07.2001, n. 9164) (e nello stesso senso anche Cassazione civile, sez. trib., 10.12.2010 n. 24963; Cassazione civile, sez. I, 28.06.2006, n. 14981; Cassazione civile, sez. lav., 10.05.2002, n. 6771).

Questo orientamento, seppur consolidato, non teneva in debita considerazione la differenza tra la situazione prospettata dall’articolo in commento e quella sancita dal codice di rito, nonché delle diverse finalità perseguite: l’art. 300 c.p.c mirava e mira, infatti, a preservare il principio del contraddittorio in un’ottica di tutela del soggetto colpito dall’evento interruttivo; l’art. 43 l.fall mira, invece,  alla tutela della massa dei creditori, non già del fallito, alla luce di principi totalmente estranei alla regola generale del contraddittorio.

Per porre un argine alla questione, il legislatore, con il Dlgs. n.5 del 2006, ha introdotto il terzo comma all’art. 43 l.fall., per cui: l'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo”. Questa innovazione pare doversi intendere quale introduzione di una nuova fattispecie di interruzione automatica del processo; sicché esso si considera interrotto senza che  siano necessarie le formalità prescritte dall’art. 300 c.p.c, anche d’ufficio, in assenza di dichiarazione "ad hoc" del difensore all'udienza” (Trib. Bari 14.12.2010, n. 192); posto che “l’interruzione opera di diritto dal momento dell’apertura del fallimento e non da quello della dichiarazione che in udienza ne faccia il procuratore” (Trib. Roma 10.02.2009). Con la notazione, inoltre, che “ tale disposizione ha introdotto un regime speciale perché ha determinato il venir meno della distinzione tra giudizi in cui la costituzione intervenga prima della data del fallimento e quelli in cui la costituzione non sia intervenuta, derogando alle disposizioni di cui agli artt. 299 e 300 c.p.c., che prevedono, nella seconda ipotesi, di mancata costituzione, l’interruzione automatica e nella prima l’interruzione solo a seguito della dichiarazione del procuratore della parte nei cui confronti si è verificata la causa interruttiva. Nel caso del fallimento, quindi,il vigente art. 43 l.fall. prevede l’interruzione automatica del giudizio […] anche a seguito della semplice acquisizione della notizia dell’intervenuto fallimento” (Trib. Monza 27.11.2010). Con la precisazione, però, che secondo il Trib. Terni 21.2.2011, pur non essendonecessaria la dichiarazione da parte del procuratore di tale parte o la notificazione dell’evento interruttivo alle controparti, secondo quanto disposto dall’art. 300, primo comma, c.p.c., come invece nel regime processuale ante vigente”, l’automatismo, tuttavia, non esclude che il Giudice debba comunque provvedere a dichiarare l’avvenuta interruzione, dal momento che “la ricostituzione del contraddittorio (per spontanea costituzione di coloro ai quali spetta di proseguire il giudizio o di loro citazione in riassunzione) non impedisce il verificarsi dell’interruzione del giudizio […] ma consente di rimuovere gli effetti processuali della stessa”.

Quanto alla ratio della novella in questione, essa si giustifica allo scopo di agevolare il curatore che, a bocce ferme, può decidere se costituirsi coltivando il giudizio o se abbandonarlo, nonché allo scopo di evitare che i processi proseguano, determinando il crearsi di titoli di cui, poi, non è agevole stabilire l’efficacia e che sono, sostanzialmente, inutili, in quanto potrebbero farsi valere solo nei confronti del fallito tornato in bonis; la ratio legis della citata disposizione” sarebbe, “invero quella di evitare lungaggini processuali ed eliminare le disparità dovute, in passato, al fatto che in caso di inerzia del curatore a costituirsi volontariamente nel processo (e così proseguirlo) ovvero del difensore a dichiarare l'evento interruttivo, il processo ben poteva proseguire nei confronti del fallito ma il curatore poteva avvalersi dell'inopponibilità di un eventuale esito negativo della causa e, al contrario, approfittare di un esito positivo in ragione dell'applicazione delle regole di cui agli artt. 42 e 44 LF.” (Trib. Bari 14.12.2010, n. 192).

Quanto agli effetti dell’interruzione così determinata, invece,  secondo alcuni, essa comporterebbe la nullità di ogni atto processuale compiuto dopo il verificarsi dell’evento, secondo quanto disposto dall’art. 268 c.p.c.; fino a giungere, secondo i più audaci, alla nullità della sentenza resa in ipotesi di mancata interruzione; mentre, secondo altri, le conseguenze della mancata interruzione andrebbero risolte alla luce del principio ex art. 161 c.p.c., con la conversione delle nullità in motivi di gravame.

Con riferimento alle conseguenze della novella legislativa, infine, a seguito dell’intervenuta dichiarazione di fallimento, deve trovare applicazione non già la disciplina ex art.300 c.p.c., bensì quella ex art.299 c.p.c. che regola, per appunto, le ipotesi di interruzione automatica del processo che, ai sensi degli art. 302 e 303 c.p.c., andrà proseguito o riassunto dal curatore (o nei confronti del curatore), nel termine di sei mesi dall’interruzione, pena l’estinzione dello stesso ex art. 305 c.p.c.. Quanto al momento da cui far decorrere il termine suddetto, sembrerebbe che il curatore che non sia a conoscenza dell’interruzione automatica di un processo non debba subirne l’estinzione per mancata riassunzione prima che siano decorsi sei mesi dal momento dell’effettiva conoscenza dell’interruzione stessa, questo alla luce delle pronunce di incostituzionalità dell’art. 305 c.p.c. nella parte in cui dispone che, nelle ipotesi di interruzione automatica, il termine per la riassunzione decorre dal momento dell’evento interruttivo e non da quello in cui le parti interessate alla riassunzione abbiano avuto effettiva conoscenza dell’evento stesso (sent. C. Cost. n.139 del 1967; n.159 del1971 e n.17 del 2010). Tale principio, infatti, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di merito (tra cui Trib. Milano 31.01.2013, n. 1392), non può che dirsi applicabile anche alle ipotesi in cui l’interruzione automatica sia causata dal fallimento di una delle parti.

Occorre, quindi, da ultimo, precisare che il termine per la riassunzione inizia a decorrere in un momento diverso, a seconda del soggetto interessato alla stessa:
-con riferimento alla parte non colpita dall’evento interruttivo, secondo una certa giurisprudenza, la conoscenza legale del fallimento va intesa “in senso processualcivilistico con riferimento alla data nella quale l’intervenuto fallimento sia stato portato a conoscenza di tale parte ad opera della controparte a mezzo di dichiarazione in udienza ovvero di atto notificato” (Trib. Milano, 28.3.2014); secondo un altro filone giurisprudenziale, invece, l’evento interruttivo può dirsi conosciuto in forma legale anche con la comunicazione del curatore ai creditori ex art. 92 l.fall.(C. Appello di Torino, 31.12.2012);
-con riferimento agli organi della procedura fallimentare la conoscenza legale del fallimento sembra doversi configurare, invece, con la sentenza dichiarativa dello stesso, sentenza con la quale questi soggetti vengono nominati; una recente pronuncia della Cassazione ha, tuttavia, precisato che ai fini della decorrenza dei termini per la riassunzione è necessaria ma non sufficiente la sentenza dichiarativa del fallimento, sarà, infatti, indispensabile che il curatore abbia “conoscenza anche dello specifico giudizio sul quale il detto effetto interruttivo è in concreto destinato ad operare” (Cass. 7.3.2013, n. 5650).

 

Alla luce di quanto detto, non può che riconoscersi la portata innovativa e risolutiva dell’introduzione del terzo comma dell’art. 43 l.fall, ma non può nemmeno trascurarsi di sottolineare come sia difficile esprimersi circa l’attualità o meno delle posizioni assunte, prima della riforma, in relazione alle conseguenze del fallimento sui giudizi instaurati successivamente alla dichiarazione dello stesso.

 

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