La legge 28 giugno 2012, n. 92 : profili applicativi in ordine al nuovo rito del lavoro

 

Grazia Arborea, Senior Lawyer presso lo Studio Legale Michele Sorgente

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La legge del 28 giugno 2012, n. 92 recante “Disposizioni in materia di riforma del lavoro in una prospettiva di crescita” (comunemente nota come Riforma Fornero), ha introdotto un’importante novità sul piano processuale, prevedendo un rito specifico per le controversie di lavoro aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (articolo anch’esso modificato nei suoi elementi essenziali).

La volontà di “accelerare la definizione” delle controversie in suddetta materia (come richiamato alla lett. c) del 1° comma dell’art. 1) assume un ruolo chiave nell’impianto della riforma.

Pur tuttavia, l’entrata in vigore della nuova normativa ha sollevato non pochi problemi applicativi, soprattutto in ragione delle limitate disposizioni introdotte dal legislatore (commi da 47 a 68 dell’articolo 1) volte a regolare un procedimento più che complesso, difficilmente assimilabile ad uno dei riti già presenti nell’ordinamento - con conseguente impossibilità di estendere allo stesso soluzioni dottrinali e giurisprudenziali già consolidate – ed articolato in due fasi in primo grado (una sommaria e l’altra di opposizione) cui possono seguire l’ appello ed il giudizio in Cassazione.

Numerosi sono gli aspetti, dunque, controversi: dalla stessa obbligatorietà o meno del rito, al suo campo di applicazione, sino alla sorte delle domande connesse con l’impugnativa di licenziamento.

v Il rito Fornero è obbligatorio o meramente facoltativo?

Si è ritenuto di dover parlare di obbligatorietà del rito a fronte di tutte le controversie in subiecta materia, ovverosia ogni qual volta venga impugnato un licenziamento ed il ricorrente prospetti l’ascrivibilità della fattispecie ad una delle ipotesi regolate dall’art. 18, invocandone la relativa tutela.

Ciò si desume in maniera incontrovertibile dal tenore dei commi 47 e 48 dell’art. 1 della legge n. 92 del 2012, in forza dei quali: «le disposizioni dei commi da 48 a 68 si applicano alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’art. 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300» e «la domanda (…omissis…) si propone con ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro. Il ricorso deve avere i requisiti di cui all’art. 125 del codice di procedura civile» .

Coloro i quali, invece, propendono per la facoltatività  del rito, sostengono detto assunto rilevando che la parte debba essere lasciata libera di valutare lo strumento processuale più idoneo alla tutela dei propri interessi. Depongono in favore di questa interpretazione, sia il fatto che la giurisprudenza della Corte di Cassazione, in materia di art. 28 Legge n. 300/1970 (procedimento che ha qualche analogia con il rito in questione) ha già ritenuto ammissibile un'azione proposta ex art. 414 c.p.c., sia il fatto che, non essendo possibile presentare con il rito speciale domande diverse da quelle di cui al comma 47 dell'art. 1 della L. 92/2012, sarebbe illogico obbligare la parte, che eventualmente abbia più istanze di tutela, a proporre più cause, moltiplicando così i processi.

Tali argomentazioni non sono state ritenute persuasive dalla Sez. Lavoro del Tribunale di Bari che – con orientamento pressoché univoco - ha optato per la tesi dell’obbligatorietà del Rito Fornero.

In ultimo, l’ordinanza del 07.10.2013 del Giudice A. Napoliello : “a parere del Giudicante, per le impugnative di licenziamento, il nuovo rito deve essere seguito obbligatoriamente, senza che il ricorrente possa scegliere fra processo ordinario e processo specifico; che a tale conclusione si perviene sol che si consideri il tenore letterale della legge, (…omissis…) che ad ulteriore avallo di tale impostazione, si aggiunga la considerazione di ordine sistematico secondo cui il rito speciale non costituisce uno strumento finalizzato alla tutela delle ragioni del dipendente – sicchè questi possa ad esso rinunciare, optando per il rito del lavoro- bensì una tutela volta ad abbreviare i tempi necessari ad ottenere una tutela delle ragioni del dipendente e munita dell’efficacia del giudicato sostanziale, ogni qual volta siano in gioco le ipotesi di cui al nuovo art. 18; dunque, il lavoratore licenziato non può rinunciare al procedimento speciale, perché  la specialità non è prevista nel suo esclusivo interesse”.

v Erronea scelta del rito

Cosa succede se la domanda avente ad oggetto l’impugnativa di licenziamento sia proposta con ricorso ex art. 414 c.p.c. (in luogo del nuovo rito) oppure si utilizzi lo strumento processuale disegnato dalla legge n. 92/2012 per proporre domanda diversa dall’impugnativa del licenziamento?

Il nostro ordinamento prevede delle norme che regolano problemi analoghi (si pensi agli artt. 426 e 427 c.p.c. o ancora all’art. 702ter c.p.c.), tuttavia, l’unica disposizione che sembra espressione di un principio generale è l’art. 4 del D.Lgs. n. 150/2011, in forza del quale, quando una controversia è promossa in forme diverse da quelle per essa prescritte, <<il giudice dispone il mutamento di rito con ordinanza>> (comma 1) e, quale regola particolare che, nel caso in cui la controversia debba essere trattata applicando il rito del lavoro, <<il giudice fissa l’udienza di cui all’articolo 420 c.p.c. ed il termine perentorio entro il quale le parti devono provvedere all’eventuale integrazione degli atti introduttivi mediante deposito di memorie e documenti in cancelleria>>.

Nel caso inverso (domanda d’impugnativa proposta con ricorso ex art. 414 c.p.c. in luogo del nuovo rito) il giudice potrebbe limitarsi a mutare il rito, senza fissare una nuova udienza, avendo le parti ampiamente spiegato le proprie difese ed articolato mezzi istruttori.

v Art. 1, comma 47, della Legge n. 92/2012:

cosa deve intendersi per questioni relative al rapporto di lavoro?

Il comma 47 precisa che il nuovo rito deve essere esperito anche nei casi in cui, per decidere sulla domanda relativa all’impugnativa del licenziamento, «devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro».

Al riguardo è importante sottolineare come la norma non parli di “domande” relative alla qualificazione del rapporto, bensì di “questioni”. Ciò induce a ritenere che la domanda sul merito della quale il giudice può pronunciarsi, è pur sempre - e solamente – quella relativa alla pretesa illegittimità del licenziamento ed alle relative conseguenze. Quella della natura giuridica del rapporto tra le parti è solamente una delle tante questioni che il giudice dovrà risolvere per pervenire alla decisione su quella che resta l’unica domanda sulla quale egli può statuire e, cioè, la domanda concernente la legittimità o meno del licenziamento.

v Art. 1, comma 48 della Legge n. 92/2012

il cumulo di domande diverse fondate sugli identici fatti costitutivi :

dal mutamento del rito all’inammissibilità

Il comma 48 della Legge n. 92/2012, dispone che con il ricorso NON possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47, « salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi».

Ma cosa deve intendersi per domande diverse fondate su identici fatti costitutivi ?

Il rigore letterale dovrebbe giustificare la soluzione maggiormente restrittiva.

E’ pur vero che l’espressione adottata dal legislatore “domande diverse – fondate su identici fatti costitutivi - definita "ai limiti dell'ossimoro" - mette a dura prova l’utilità pratica della nuova disciplina ed il lavoro degli interpreti.

Maggiormente convincente è apparsa, dunque, l’interpretazione che attribuisce al concetto di “identità” di fatti costitutivi, il significato di “comunanza parziale”. Rilettura, questa, che consentirebbe di contemperare l’inevitabile proliferare di giudizi pendenti tra le medesime parti e la ratio stessa della norma, preordinata a fornire una risposta tempestiva alle questioni connesse con la legittimità o illegittimità di un licenziamento non accettato dal dipendente.

In questa prospettiva, non è sostenibile neppure un’impostazione che consenta la proposizione di domande che comprendano anche uno solo dei fatti sui quali si fonda la domanda ex art. 18.

Appare, invece, corretto affermare che con il ricorso di cui all’art. 1, comma 48, la parte potrà proporre anche le domande che, al pari di quelle ex art. 18 della Legge n.300/1970, riconoscano tra i propri fatti costitutivi: 1) il preesistente rapporto di lavoro subordinato e 2) l’illegittimità del licenziamento.

In un’impugnativa di licenziamento per superamento del periodo di comporto – ove il ricorrente deduceva che le assenze per malattia erano state cagionate dall’ambiente di lavoro e chiedeva dichiararsi l’illegittimità dell’atto espulsivo ed il risarcimento del danno scaturito dalla condotta mobbizzante del datore di lavoro - il Tribunale di Bari ha ritenuto che l’aggiunta di elementi ulteriori riconducibili alla sussistenza di presunte condotte di mobbing, non ostasse alla trattazione di tutte le domande secondo il nuovo rito di cui alla legge Fornero (Tribunale di Bari, Sezione Lavoro, ord. 7.2.2013, Giudice Vernia).

Non sembrerebbe invece proponibile con il nuovo rito, la domanda diretta ad ottenere la condanna del datore di lavoro al pagamento del t.f.r. , considerato che il fatto costitutivo di tale credito è l’estinzione del rapporto di lavoro in sé e per sé considerata, indipendentemente dalla parte che abbia assunto l’iniziativa di risolvere il rapporto e, nel caso in cui sia stato il datore di lavoro, dalla legittimità o meno del licenziamento.

Ma a conferma del fatto che non ci sono distinzioni non opinabili, con un’altra pronuncia, il medesimo Tribunale di Bari ha ritenuto che la fattibilità pratica di detta opzione ermeneutica debba essere vagliata in ragione della compatibilità della trattazione delle domande ulteriori con la celerità e sommarietà del nuovo rito. Così, il Tribunale di Bari, Sezione Lavoro, Giudice Ariola, che – nell’ambito di un giudizio avente ad oggetto, in via principale, l’impugnativa di un licenziamento di cui il lavoratore prospettava la natura collettiva – ha giudicato ammissibile la trattazione con il rito Fornero delle domande del lavoratore aventi ad oggetto la corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso e del trattamento di fine rapporto,  in quando fondate sul medesimo fatto costitutivo della cessazione del rapporto di lavoro e tali da non richiedere un appesantimento istruttorio incompatibile con le caratteristiche del rito, attesa la natura documentale dell’istruttoria sottesa alla delibazione della relativa fondatezza (Tribunale di Bari, Sez. Lavoro, ordinanza 13.11.2012).

Cosa accade quando solo alcune delle domande proposte possono essere trattate con il rito di cui alla Legge n.92/2012? Si pensi all’ipotesi in cui una parte avanzi, unitamente all’impugnativa di licenziamento, domanda di differenze retributive che pacificamente non sono fondate sugli stessi fatti costitutivi del licenziamento.

Benché da più parti sia stata perorata la soluzione del mutamento del rito, previa separazione delle cause, sembra più corretto affermare che il Giudice debba provvedere con un’ordinanza di inammissibilità. Dal punto di vista strettamente teorico, di provvedimenti di “separazione” delle cause si parla solo al comma 56 dell’art. 1, con riferimento alle domande riconvenzionali spiegate nella fase di opposizione.

Lo stesso Tribunale di Bari, ha fornito risposte divergenti al su indicato quesito.

In una fattispecie avente ad oggetto l’impugnativa di un licenziamento collettivo irrogato dalla società cedente e domande ulteriori connesse all’accertamento del trasferimento d’azienda ex art. 2112 c.c. ed alla consequenziale richiesta di assunzione alle dipendenze della società cessionaria con un determinato inquadramento contrattuale nonché all’accertamento del diritto ad ottenere l’immediata assunzione con contratto a termine e condanna al pagamento delle retribuzioni maturate sempre nei confronti della cessionaria, il Giudice adito ha deciso con il rito Fornero in merito alla domanda principale, disponendo il mutamento del rito rispetto alle altre, con fissazione di un’udienza ex art. 420 c.p.c. ed assegnazione di un termine perentorio per l‘eventuale integrazione degli atti introduttivi soltanto a favore del resistente, avendo l’attore proposto un ricorso ex art. 414 c.p.c. (Tribunale di Bari, Sez. Lavoro, ordinanza del 02.04.13, Giudice Tarantino; in senso conforme Tribunale di Bari, Sez. Lavoro, ordinanza del 07.10.13, Giudice Napoliello).

 

Diametralmente opposta l’ordinanza del Giudice Ariola, presso il medesimo Tribunale di Bari, di cui si riportano pedissequamente le argomentazioni: “ …nella specie non vi è dubbio che quasi tutte le domande proposte dal ricorrente, ulteriori rispetto all’impugnativa di licenziamento, siano oggettivamente diverse da quest’ultima. Esse, infatti, si fondano su fatti costitutivi del tutto differenti, rispetto ai quali l’esistenza del rapporto lavorativo e le ragioni della sua interruzione costituiscono solo un antecedente indiretto. Dette domande vanno, quindi, dichiarate inammissibili in questo giudizio” (Tribunale di bari, ordinanza del 19.02.2013, Giudice Ariola).

 

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