IUS VARIANDI: il demansionamento non può essere legittimato dalla volontà di impedire il licenziamento.

Maristella Viti, Senior Lawyer presso lo Studio Legale Michele Sorgente

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Corte di Cassazione sentenza n. 21356 del 18 settembre 2013 – La prestazione di lavoro consiste nello svolgimento di una attività (facere….intellettuale o manuale) alle dipendenze dell’imprenditore. Per individuare concretamente tale attività e soddisfare il requisito della determinazione dell’oggetto del contratto (art.1346 c.c.), si fa riferimento alle mansioni, ossia l’insieme dei compiti che il lavoratore è chiamato a svolgere e per i quali è stato assunto, e che identificano la posizione di lavoro del soggetto.

 

Lo ius variandi ex art. 2103 c.c. (ante riforma), prevedeva il mutamento unilaterale delle mansioni, secondo cui il lavoratore poteva essere adibito a mansioni diverse da quelle di assunzione, quindi anche inferiori. I limiti erano rappresentati dalla stessa retribuzione e quindi nessun mutamento sostanziale della posizione. Inoltre era previsto il mutamento consensuale delle mansioni (previsto dall’autonomia contrattuale).

 

Successivamente, il nuovo istituto novellato dall’art. 13 L 300/70, introduce una rigida tutela, in funzione garantista, delle mansioni; procedimentalizza lo ius variandi, eliminando la distinzione tra mutamento delle mansioni unilaterale e consensuale.

Invero, l’istituto disciplina l’adibizione del lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle equivalenti (mobilità orizzontale) o superiori (mobilità verticale); esclude la mobilità verso il basso (dequalificazione professionale) e considera nullo ogni patto contrario.

 

E’ utile chiarire che sono equivalenti le mansioni che consentono l’utilizzo ed il perfezionamento del bagaglio di nozioni, esperienza e perizia acquisite nella fase precedente del rapporto lavorativo.

Al riguardo, l’art. 2103 c.c. introduce “il principio della tutela della professionalità acquisita”, che resta impregiudicato pur in presenza di un accordo convenzionale delle mansioni, precludendo la disciplina legale di carattere inderogabile dell’art.2103, comma 1, c.c. la previsione di una indiscriminata fungibilità delle mansioni per il sol fatto di tale accorpamento, impone al giudice di merito di accertare, alla stregua di tutte le circostanze ritualmente allegate e acquisite al processo, le esigenze di salvaguardia della professionalità raggiunta prospettate dal lavoratore, sulla base dei percorsi di accrescimento professionale dallo stesso evidenziati e, segnatamente, di individuare, alla luce della sua “storia professionale”, quali fossero le mansioni di riferimento per verificare l’osservanza, indipendentemente dall’obbligo assunto dal dipendente al momento dell’avviamento al lavoro.

 

In caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore, il giudice del merito può desumere l’esistenza del relativo danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità di esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della qualificazione e alle altre circostanze del caso concreto (In tal senso Cass.sez.lav.04.05.2010, n. 10713).

 

Orbene, premesso tutto quanto innanzi esposto, la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 21356 del 18 settembre 2013 ha rigettato il ricorso proposto da una Banca avverso la sentenza che l’aveva condannata al risarcimento del danno per il demansionamento subito da un proprio dipendente dequalificato al fine – a detta della ricorrente- di evitarne il licenziamento.

Certamente –si legge nella sentenza- rientrava nei poteri dell’imprenditore quello di operare la ristrutturazione con la soppressione del CED della Banca; tuttavia dovevano essere affidate al lavoratore ex art. 2103 c.c. mansioni compatibili con il livello di inquadramento e con la professionalità acquisita.

La sentenza della Corte d’Appello ha accertato che tale compatibilità non sussiste e ha esaminato tutti gli aspetti dell’avvenuto demansionamento. Non appare condivisibile – secondo i giudici di legittimità – ancorare il disposto mutamento di mansioni all’esercizio dei poteri imprenditoriali, coperti dall’art. 41 della Costituzione, in quanto tali poteri, tra cui rientra anche lo ius variandi, devono rispettare la norma di cui all’art.2103 cod. civ. palesemente violata nella fattispecie.

A sostegno delle proprie difese la Banca inoltre ha motivato tale demansionamento affermando che le nuove mansioni dal lavoratore erano state di fatto accettate per non aver lo stesso reagito per circa 4 anni.

Il motivo appare infondato avendo sul punto la Corte d’Appello già congruamente motivato. La reazione del lavoratore ad un demansionamento costituisce una facoltà, certamente non un obbligo posto che è onere del datore di lavoro non violare le norme poste a tutela della dignità e della professionalità del dipendente e che il lavoratore può essere trattenuto dall’esercizio dei suoi diritti dal pericolo di pregiudicare la propria situazione occupazionale.

 

Pertanto ne consegue che il demansionamento o la dequalificazione non sono legittimi nonostante rappresentino una extrema ratio, necessaria al fine di conservare il rapporto di lavoro.

 

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