Nuova disciplina dell’impugnativa di licenziamento ex lege 92/2012 (c.d. rito Fornero) e successione di leggi.

Avv. Michele Sorgente del Foro di Bari, Founder and Owner dello Studio Sorgente

 

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In materia di rito applicabile all’impugnativa di licenziamento ex lege 92/2012 (c.d. rito Fornero) e di successione di leggi nel tempo, segnaliamo un provvedimento, per vero assai condivisibile, reso dal Giudice del Lavoro presso il Tribunale di Bari, Dottoressa Assunta Napoliello.

Questo il testo letterale:

“premesso che con ricorso ex art. 414 c.p.c. depositato in data 24.1.2013, Tizia chiedeva dichiararsi la nullità del licenziamento irrogato dalla Caio s.r.l. in liquidazione con missiva del 19.3.2012 perché ritorsivo, discriminatorio e quindi nullo; in via subordinata, la illegittimità e/o inefficacia per violazione delle garanzie procedimentali di cui all’art. 7 l.300/70 e sproporzione della sanzione in riferimento ai fatti genericamente contestati; con le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie di cui all’art. 18 leg. cit e/o tutela obbligatoria; infine, chiedeva ordinarsi alla società convenuta la consegna dei fogli paga di febbraio e marzo 2012 con l’indicazione delle somme maturate a titolo di tfr, il mod. 86/88 bis ed altri beni personali indicati in ricorso (punto n. 15);

premesso altresì che la società resistente, costituendosi in giudizio contestava in fatto ed in diritto le domande di cui sopra ed eccepiva, tra l’altro, l’avvenuta decadenza dall’azione di impugnativa ex comma 2 art. 6 l.15.7/1966 come mod dalla l. 183/2010;

considerato che nessun pregio ha la preliminare eccezione di inammissibilità per mancato rispetto del termine concesso per la notifica del ricorso introduttivo atteso che nel rito del lavoro, il termine assegnato al ricorrente per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza di discussione non è perentorio e, pertanto, la sua inosservanza non comporta decadenza, sempre che resti garantito al convenuto uno "spatium deliberandi" non inferiore a venticinque giorni prima dell'udienza di discussione, perché egli possa apprestare le proprie difese (termine così stabilito dall’art. 1 comma 48 l. 92/2012);

che, in ogni caso, in base ai principi generali in tema di decadenza, enunciati dalla giurisprudenza di legittimità e affermati, con riferimento alla notificazione degli atti processuali, dalla Corte costituzionale, l'effetto di impedimento della decadenza si collega, di regola, al compimento, da parte del soggetto onerato, dell'attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandato ad un servizio, idoneo a garantire un adeguato affidamento, sottratto alla sua ingerenza;

che, com’è evidente, una tale assolutamente condivisibile impostazione attiene alla diversa fattispecie della scissione degli effetti della notifica per il notificante e per il notificatario, nel senso che la decadenza è impedita se entro il termine decadenziale previsto il soggetto onerato compie la notifica per la parte di sua competenza (la consegna dell’atto da notificare al soggetto che deve procedere alla notifica o la spedizione dell’atto) senza far ricadere sul medesimo gli accidenti della fase successiva di perfezionamento, che sfuggono al suo dominio;

che nel caso in esame, il ricorrente consegnava tempestivamente all’ufficiale giudiziario l’atto per la sua successiva notifica che, tuttavia, avveniva al di fuori del termine indicato nel decreto di fissazione del 30.1.2013;

che, dunque, per quanto detto in precedenza e rispettato il termine a difesa del convenuto, la rimessione in termine veniva ben concessa e nessuna decadenza e/o inammissibilità si è verificata;

rilevato che in data 18.07.12, dunque in epoca antecedente rispetto alla proposizione della controversia in esame, è entrata in vigore la l. n. 92 del 28.06.12, recante “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”;

che la novella legislativa è intervenuta, fra l’altro, sulla disciplina sostanziale e processuale concernente le impugnative di licenziamento, apportando modifiche all’art. 18 l. n. 300/1970 ed introducendo un nuovo rito per la trattazione di tali controversie;

che, in ordine all’ambito di applicazione della disciplina appena richiamata, l’art. 1, co. 47, l. n. 92/2012 prevede che “Le disposizioni dei commi da 48 a 68 si applicano alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro”, ed il successivo comma 48 dispone che “Con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi”; quanto al discrimine temporale, il comma 67 del medesimo art. 1 precisa che “I commi da 47 a 66 si applicano alle controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge”;

che, quindi, per stabilire le regole processuali da seguire si deve verificare, da un lato, se la domanda giudiziale ha ad oggetto (in tutto o in parte) l’impugnazione di un licenziamento rientrante nell’art. 18 S. L., così come modificato dall’art.1, comma 42, l. n. 92/2012, e, dall’altro, se la controversia è stata introdotta dopo l’entrata in vigore della riforma;

che, in altri termini, con riferimento al rito speciale, il nuovo testo dell’art. 18 L. n. 300/1970 opera come norma processuale preordinata all’individuazione delle controversie che vi debbono essere assoggettate, nel senso che esse sono tutte quelle, introdotte dopo il 18.7.2012, per le quali la nuova versione dell’art. 18 (così come riscritto dall’art. 1, comma 42, L. n. 92/2012) prevede qualcuna delle sanzioni ivi disciplinate per il caso d’invalidità del licenziamento, indipendentemente dalla disciplina sostanziale ratione temporis applicabile (il che significa che nella prima fase di applicazione della riforma potrà accadere che controversie individuate ai sensi della nuova versione dell’art. 18 ed introdotte dopo l’entrata in vigore della riforma siano assoggettate al rito speciale a prescindere dal fatto che i licenziamenti che vi hanno dato origine siano poi assoggettati alla disciplina sostanziale contenuta nel nuovo testo dell’art. 18. Quest’ultimo, infatti, si applica ratione temporis solo ai licenziamenti intimati a far data dal 18 luglio 2012, mentre, secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 67, citato, il nuovo rito si applica alle «controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge»);

ritenuto che, a parere del Giudicante, per le impugnative di licenziamento, il nuovo rito deve essere seguito obbligatoriamente, senza che il ricorrente possa scegliere fra processo ordinario e processo specifico;

che a tale conclusione si perviene sol che si consideri il tenore letterale della legge, infatti, a mente dell’art. 1 comma 48 l. 92/2012 “la domanda … si propone con ricorso al tribunale”: il legislatore, quindi, impone di utilizzare il rito speciale, e non consente all’attore la scelta fra il ricorso ex art. 414 c.p.c. ed il ricorso ex art. 1, comma 48, l. n. 92/2012;

che ad ulteriore avallo di tale impostazione, si aggiunga la considerazione di ordine sistematico secondo cui il rito speciale non costituisce uno strumento finalizzato alla tutela delle ragioni del dipendente – sicché questi possa ad esso rinunciare, optando per il rito del lavoro – bensì una tecnica di tutela volta ad abbreviare i tempi necessari ad ottenere una decisione definitiva, e munita dell’efficacia del giudicato sostanziale, ogni qual volta siano in gioco le ipotesi di cui al nuovo art. 18; dunque, il lavoratore licenziato non può rinunciare al procedimento speciale, perché la specialità non è prevista nel suo esclusivo interesse;

che quindi, non è il ricorrente a poter scegliere il rito, ma il giudice a dover applicare quello pertinente a ciascuna domanda proposta con il ricorso, provvedendo secondo il principio iura novit curia a qualificare ciascuna domanda in base al petitum sostanziale;

considerato che con la presente controversia, introdotta in data 24.1.2013, la ricorrente formula domanda di declaratoria di nullità, inefficacia, illegittimità del licenziamento intimato e di ordine di consegna (rectius, condanna alla consegna di cose determinate);

che, pertanto, in applicazione dei suindicati principi, non vi è dubbio che la prima delle domande svolte (conclusioni sub a, b, c, d) rientra nell’ambito applicativo dell’art. 18 L. n. 300/1970 nuova formulazione (il licenziamento nullo è una delle fattispecie disciplinate dal primo comma del nuovo art. 18 S.L., a prescindere dal requisito dimensionale) e quindi, ai sensi del combinato disposto tra i commi 47 e 67 dell’art. 1, l. n. 92/2012, deve essere trattata con le forme e con le modalità del nuovo rito prescritte dall’art. 1, comma 48, l. 92/2012;

che, la domande subordinata sub e (con riferimento alla richiesta di tutela obbligatoria) rimane assorbita da quelle riferite alla tutela c.d. reale atteso che non vi è stata contestazione del requisito dimensionale;

che, al contrario, la domanda di condanna alla consegna sub c è fondata su fatti costitutivi diversi da quelli posti alla base dell’impugnativa di licenziamento;

valutato che le domande sub lett. a, b, d ed e devono essere trattate nelle forme delineate dalla l. 92/2012, e che erroneamente il ricorso è stato proposto ai sensi dell’art. 414 c.p.c., si ritiene di dover riqualificare, con riferimento alle predette domande, l’atto introduttivo, contenendo esso tutti gli elementi del ricorso ex art. 1 co. 48, e di dover mutare implicitamente il rito applicabile, che è, come già evidenziato, quello specifico e non quello ordinario, cosa che è avvenuta già in sede di fissazione di prima udienza di comparizione (cfr. proprio decreto del 30.1.2013);

che la domanda sub lett. c deve essere trattata secondo il rito ordinario di cui all’art. 413 e ss. c.p.c. in quanto fondata su fatti costitutivi diversi rispetto all’impugnativa di licenziamento ai sensi degli artt. 426 e 427 c.p.c.; tali norme infatti, benché operanti nei rapporti tra rito ordinario e del lavoro, ben possono essere applicate analogicamente nei rapporti tra rito del lavoro "speciale" a rito del lavoro "ordinario", con la precisazione che il termine per l'eventuale integrazione degli atti introduttivi, va attribuito al solo convenuto, dato che l'attore, come detto, ha proposto un ricorso ex art. 414 c.p.c., sebbene poi questo giudice lo abbia ex officio trattato, sino a questo momento, con il nuovo rito Fornero (del resto gli articoli citati sono le disposizioni processuali, in un certo senso, "più vicine", atteso che il procedimento speciale ex l. n. 92/2012 concerne indiscutibilmente controversie rientranti nell'alveo dell'art. 409 c.p.c.);

tenuto conto che, con riferimento alle domande attratte al rito Fornero, prima di affrontare l’esame del merito, è necessario delimitare l’oggetto ed i confini istruttori di questa prima fase di giudizio di primo grado prevista dall’art. 1 commi 47 e ss. della recente legge 92/2012 (c.d. rito Fornero), tutto ciò premesso, osserva:

La nuova legge, come è noto, ha previsto una natura bifasica del giudizio di primo grado: il comma 49 dell’art. 1 della legge 92/2012 così dispone: “Il giudice, sentite le parti e omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d’ufficio, ai sensi dell’art. 421 cpc, e provvede, con ordinanza immediatamente esecutiva, all’accoglimento o al rigetto della domanda …”. Il comma 57 dello stesso articolo così invece disciplina il giudizio di opposizione: “ All’udienza il giudice, sentite le parti , omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio , procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione ammissibili e rilevanti richiesti dalle parti nonché disposti di ufficio , ai sensi dell’art. 421 cpc., e provvede con sentenza all’accoglimento o al rigetto della domanda, dando , ove opportuno , termine alle parti per il deposito di note difensive fino a dieci giorni prima della udienza di discussione. …”.

Le regole istruttorie che presiedono le due fasi sono quindi nettamente differenti: nella prima fase vanno ammessi i mezzi istruttori indispensabili laddove solo in sede di opposizione valgono le ordinarie regole della cognizione piena.

Tenuto conto di tale diversità di regime istruttorio, può dirsi che la prima sia una fase a cognizione sommaria basata su una istruttoria parziale e che solo in sede di opposizione vi sia una cognizione piena basata su una istruttoria totale.

Ne consegue che l’oggetto della cognizione nella fase sommaria (ma non cautelare non occorrendo il periculum in mora) investe necessariamente solo il fumus di fondatezza della domanda.

Alla luce delle diverse regole istruttorie della fase sommaria appare allora preclusa una interpretazione che tenda, ampliandone senza limiti il contenuto, a trasformarla in una duplicazione della fase di opposizione.

Sul punto, ritiene anzi questo giudice che la decisione della fase sommaria debba intervenire - se non proprio tendenzialmente allo stato degli atti - su una base istruttoria davvero ridotta ai minimi termini e tale da garantire una definizione pressocché immediata della fase stessa.

L’opzione interpretativa proposta evita il rischio di una duplicazione delle due fasi: tale duplicazione peraltro tradirebbe da un lato la ratio, sottesa alla recente riforma di una sollecita definizione della materia dei licenziamenti con tutela ex art. 18, e dall’altro (introducendo di fatto per così dire due gradi di giudizio in primo grado) si porrebbe in contrasto non solo con i recenti interventi del legislatore tesi a deflazionare, con filtri introduttivi, il giudizio di appello ma anche con il principio della durata ragionevole del processo ex art. 111 Cost.

Ciò premesso e passando all’esame della fattispecie, applicando i principi appena esposti, ritiene il giudicante che nella fattispecie non sia necessaria l’ammissione delle prove orali richieste potendo già sulla sola base delle produzioni documentali prodotte e della eccezione di inammissibilità sollevata.

Infatti, pare fondata la prima questione preliminare sollevata dalla convenuta di applicazione delle decadenze formate dall’art. 32 della L. 4 novembre 2010 n. 183 ("Collegato lavoro").

Questa norma ha introdotto una previsione di portata innovativa per quello che riguarda l'impugnativa dei licenziamenti individuali, con riferimento all'art. 6 legge 607/66.

Il quadro normativo di riferimento:

fino al 23/11/2010, l’art. 6 L. 15 luglio 1966, n. 604 (in vigore dal 7/8/1966) prevedeva che il licenziamento individuale, intimato per giusta causa o per giustificato motivo (oggettivo o soggettivo), qualora non accettato dal lavoratore, fosse da questi impugnato, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, a pena di decadenza entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione. Il termine, per espressa previsione normativa, decorreva dalla comunicazione del licenziamento, ovvero dalla comunicazione dei motivi, ove questa non fosse contestuale a quella del licenziamento;

dal 24/11/2010 al 26/2/2011 (epoca in cui Tizia aveva già proposto impugnativa stragiudiziale), lo scenario normativo cambia: con la L. 4 novembre 2010, n. 183 (c.d. Collegato Lavoro) entrata in vigore il 24/11/2010, e segnatamente con l’art. 32, si introducono importanti novità in quanto, oltre a modificare la disciplina delle impugnazioni del licenziamento, si estende l’onere di impugnazione anche a fattispecie affatto diverse.

In particolare: A) il primo comma dell’art. 32 L. 183/2010 sostituisce il primo e il secondo comma dell’art. 6 L. 604/1966, prevedendo, oltre alla necessità, a pena di decadenza, di una impugnazione del licenziamento, anche extragiudiziale, entro 60 giorni dalla sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione scritta dei motivi, qualora non contestuali allo stesso (primo comma nuovo art. 6 L. 604/66), la previsione di un ulteriore onere di impugnazione giudiziale, entro il successivo termine di 270 giorni, a pena di inefficacia della prima impugnazione. La decadenza viene pertanto impedita solo se, dopo la contestazione extragiudiziaria del licenziamento, il soggetto interessato depositi nel termine di 270 giorni il ricorso nella cancelleria del Tribunale in funzione di giudice del lavoro o comunichi alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Qualora la conciliazione o l’arbitrato siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo (secondo comma nuovo art. 6 L. 604/66).

Il 27 febbraio 2011 entra in vigore la L. 26 febbraio 2011, n. 10, che ha convertito con modificazioni il D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (c.d. Decreto Milleproroghe), la quale ha introdotto nell’art. 32 L. 183/2010, dopo il primo comma, il comma 1bis , dal seguente tenore :.

Tuttavia, la norma (ed il suo ambito applicativo) non trova applicazione nel caso in esame in ragione dell’epoca in cui interveniva il licenziamento, successivo all’entrata in vigore della predetta proroga.

Così precisato l’ambito normativo di riferimento, non pare che la ricorrente si sia conformata al disposto dell’art. 32 l.183/2010: secondo la lettera di cui al novellato art. 6, il ricorso avrebbe dovuto essere depositato nel termine di n. 270 gg a decorrere dal 19.3.2012 ossia entro il 19.12.2013. Al contrario, il ricorso giurisdizionale è stato depositato in data 24.1.2013, oltre il termine decandenziale indicato, nè vi sono dubbi che il termine di cui si tratta si applichi anche le ipotesi di asserita nullità del licenziamento atteso che il comma due dell’art. 32 L. 183/2010 estende le disposizioni a tutti i casi di invalidità del licenziamento.

In considerazione della particolarità della fattispecie trattata, che non ha nemmeno superato la soglia dell’esame del merito (che avrebbe necessitato di un’articolata istruttoria per la verifica del fondamento della domanda) appare equo disporre l’integrale compensazione, tra le parti, delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Giudice del Lavoro, ogni diversa istanza disattesa,

Il Tribunale di Bari, in funzione di giudice del lavoro,

dispone la separazione del giudizio relativo alla domanda sub lett. c delle conclusioni del ricorso e la formazione di autonomo fascicolo d’ufficio con l’inserimento degli atti introduttivi del giudizio, dei verbali di causa e del presente provvedimento;

fissa per la trattazione con il rito ordinario della domanda separata di cui sopra l’udienza del xxxxxx, e fissa altresì termine perentorio fino al 30.3.2014 entro cui la parte resistente dovrà provvedere, con riferimento alla domanda separata, all’eventuale integrazione degli atti mediante deposito di memorie e documenti in cancelleria;

definitivamente pronunciando, ogni contraria ed ulteriore istanza domanda ed eccezione disattesa, così decide:

dispone la prosecuzione del presente giudizio ex art. 1, commi 47 e ss. l. n. 92/2012, per le domande sub lett. a, b. d ed e delle conclusioni del ricorso e le dichiara inammissibili per intervenuta decadenza;

 

compensa tra le parti le spese di lite di questa fase di giudizio.

 

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