Della durata minima dei contratti dei dirigenti a tempo determinato di amministrazioni pubbliche ed enti locali.

Avv. Michele Sorgente del Foro di Bari, Founder and Owner dello Studio Sorgente 
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L’art. 19 del D.Lgs. n. 165/2001 ha subito nel corso degli anni numerose modificazioni ad opera di atti normativi successivi ed é stata assoggettato ad una complessa interpretazione (non sempre condivisibile) da parte degli organi giurisdizionali, in particolare della Corte dei Conti.

Invero, mentre nella sua stesura originaria la disposizione in questione prevedeva una durata degli incarichi dirigenziali “non inferiore a due anni e non superiore a sette anni” (comma 2) e comunque limitatamente agli “incarichi di direzione degli uffici delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo”, dopo la novella introdotta dapprima dall’art. 14 sexies della Legge n. 168/2005 e poi dal D. Lgs. 27.10.2009 n. 150 la durata degli incarichi “non può essere inferiore a tre anni né superare il termine di cinque anni” e l’ambito di applicazione della norma è stato esteso dalle sole amministrazioni statali (ma limitatamente ai commi 6 e 6 bis) anche “alle amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2” (e quindi anche agli enti locali).

In effetti, l’ampliamento della portata degli effetti dell’art, 19 alle amministrazioni locali ha comportato non pochi dubbi interpretativi, dubbi che sono stati sollevati in particolare dalle Sezioni di controllo della Corte dei Conti, che hanno espresso opinioni in parte diametralmente opposte in ordine alla possibilità di conservazione dell’art. 110 TUEL dopo il D.Lgs. n. 150/2009.

Invero, mentre la Sezione Lombardia (deliberazione n. 398/201.0/PAR), ha affermato la attuale vigenza dell’art. 110, ritenendo che “la disciplina statale trova necessariamente il proprio limite nell’autonomia statutaria e regolamentare costituzionalmente garantite alle autonomie locali”, le Sezioni di controllo della Puglia (deliberazione n. 44 del 17.6.2010) e del Veneto (delib. N. 231 del 27.10.2010) hanno invece ritenuto “direttamente applicabile la nuova norma in materia di dirigenza statale anche agli enti locali, con la conseguente inefficacia delle norme speciali previgenti, nell’ottica della riconduzione ad unità della disciplina giuridica”.

Tale ultimo orientamento è stato tuttavia ulteriormente ribadito dalla stessa Sezione della Puglia nella successiva deliberazione n. 18/par/2011 del 16.3.2011 e dalle Sezioni Riunite con la deliberazione n. 12/contr/2011 dell’8.3.2011, che richiama ampi stralci della sentenza della Corte Costituzionale n. 324/2010.
Allo stato, dunque, deve prendersi atto di un orientamento ormai costante e consolidato della Giurisprudenza contabile in tema di diretta ed immediata applicabilità delle “norme che contengono i principi di carattere generali, tra le quali, appunto, vi sono anche quelle dettate dal più volte citato art. 19, commi 6 e 6 bis”.

La clausola appositiva del termine di durata dei contratti dirigenziali inferiore ai tre anni, sarebbe pertanto radicalmente nulla ed avrebbe quale immediata conseguenza quella di vedere automaticamente sostituita la suddetta clausola, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1419 c.c. secondo cui “la nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative”.

Ed invero, nell’ambito del conferimento degli incarichi dirigenziali la P.A., che agisce con la capacità ed i poteri del privato datore di lavoro, è tenuta al rispetto delle clausole generali di correttezza e buona fede, applicabili alla stregua dei preminenti principi di imparzialità e buon andamento, di cui all’art. 97 della Costituzione, nonché ad applicare gli ordinari principi in tema di contratti tra i quali, per l’appunto, quello di cui all’art. 1419 c.c. innanzi citato.

Anche la Giurisprudenza più recente ha confermato che “ai fini dell’operatività della disposizione di cui all’art. 1419 c.c., comma 2 il quale contempla la sostituzione delle clausole nulle di un contratto contrastanti con norme inderogabili, con la normativa legale, non si richiede che le disposizioni inderogabili, oltre a prevedere la nullità delle clausole difformi, ne impongano e dispongano altresì espressamente la sostituzione. Infatti, la locuzione codicistica (“sono sostituite di diritto”) va interpretata non nel senso dell’esigenza di una previsione espressa della sostituzione, ma in quello dell’automaticità della stessa, trattandosi di elementi necessari del contratto o di aspetti tipici del rapporto, cui la legge ha apprestato una propria inderogabile disciplina” (Cass. Civ, sez. III, 21.03.2011, n. 6364).
Vale, pertanto, inequivocabilmente ed ineluttabilmente il principio della eterointegrazione dei contratti con le norme di legge imperative.

 

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