Il danno differenziale: un diritto controverso

 

Giuseppe Caloiero, Lawyer presso lo Studio Legale Michele Sorgente

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L’infortunio sul lavoro è un incidente che avviene in occasione dell’attività lavorativa. Esso ricomprende tutte quelle situazioni “ambientali” che esulano dal semplice concetto di orario o posto di lavoro, ma che corrispondono alle condizioni nelle quali il lavoratore vive, viene a contatto e che, pertanto, possono costituire una causa di danno per lo stesso. Tale infortunio  sul lavoro è coperto da assicurazione obbligatoria Inail, la quale prevede un risarcimento ovvero una retribuzione di indennità sostitutiva in caso di incidente violenti, dal quale derivi la morte e l’inabilità permanente o assoluta del lavoratore. In vero, l’Inail copre tutti gli infortuni sul lavoro anche se dal lavoratore stesso direttamente causati per negligenza, imprudenza o imperizia ed estende la copertura assicurativa anche agli incidenti che il lavoratore potrebbe avere durante il normale tragitto di andata e ritorno tra casa e posto di lavoro (c.d. in itinere). Ad ogni modo, le problematiche connesse alla risarcibilità del danno differenziale, nell’ambito del diritto del lavoro sono complicate, vista la coesistenza di un sistema di assicurazione pubblica (gestita dall’Inail), che ha funzione indennitaria e non risarcitoria, e come tale, non pone in essere un vero e proprio ristoro del danno, essendo possibile che l’indennizzo sia difforme (per eccesso o per difetto) al danno civilisticamente risarcibile. Sussistono sostanziali differenze strutturali tra l’indennizzo erogato dall’Inail ed il risarcimento del danno differenziale; precisamente le prestazioni erogate dall’assicuratore sociale sono dovute in ragione del semplice verificarsi dell’infortunio, mentre il risarcimento presuppone non solo il verificarsi dell’evento dannoso, ma anche la sua configurabilità come illecito in quanto prodottosi a seguito di un comportamento colposo del datore di lavoro o di un terzo (come nel caso dell’incidente in itinere). Sotto il profilo funzionale, l’indennizzo Inail consegue automaticamente con il sorgere del rapporto tutelato e quindi, l’assicurato, ha diritto alle relative prestazioni anche nel caso di omessa denuncia del rapporto all’Inail o di mancato o non adeguato pagamento dei premi da parte del datore di lavoro ed inoltre, come anticipato, il lavoratore ha diritto alla prestazione anche se il fatto dannoso si è verificato per sua colpa, dovendo egli dimostrare soltanto che l’infortunio si è verificato in “occasione di lavoro”. Per quel che riguarda il danno differenziale, questo spetta a colui che, pur percependo una rendita Inail, dimostri di aver subito un danno ulteriore rispetto a quello riconosciutogli e ristoratogli dall’ente previdenziale. Più di una pronuncia delle S.U. afferma la netta differenza tra il sistema indennitario Inail, il quale trova il suo fondamento nella finalità solidaristica prevista dall’art. 38 Cost. mirando a garantire esclusivamente un sostegno sociale al lavoratore, con il preciso intento di liberarlo rapidamente dallo stato di bisogno conseguente  all’infortunio (Cfr. Cass., 19/02/91, n. 8085, nonché Corte Cost., 21/11/97, n. 350) ed il diritto al risarcimento del c.d. danno differenziale, il quale trova il suo fondamento nell’art 32 Cost. (diritto alla salute) e mira ad ottenere un integrale ristoro del danno subito. La Corte di Cassazione con sentenza n. 3074/16 ribadisce tale differenza affermando: “L’indennizzo è svincolato dalla sussistenza di un illecito (contrattuale od aquiliano) e può essere disposto anche a prescindere dall’elemento soggettivo di chi ha realizzato la condotta dannosa e da una sua responsabilità, […], la rendita Inail cessa con la morte del lavoratore, il diritto al risarcimento si trasferisce agli eredi”. Alla luce di siffatta differenza strutturale e funzionale, la Cassazione esclude che “le somme versate dall’istituto assicuratore, a tale titolo, possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico” (Cfr. Cass. Civile n. 3074/16). Il lavoratore infortunato ha diritto di agire in giudizio nei confronti del datore di lavoro o del terzo responsabile civile per domandare il ristoro del c.d. danno differenziale.

In verità, del c.d. danno differenziale non si ha una definizione normativa. La sua origine è piuttosto di matrice dottrinale e giurisprudenziale e dinanzi al silenzio del codice, che non offre nessuna definizione di tale tipologia di danno, risulta particolarmente efficace quanto precisato dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale, con Sent. n. 10035 del 2004, ha affermato che esso “deve essere determinato sottraendo dall’importo del danno complessivamente subìto, in senso civilistico, quello delle prestazioni liquidate dall’Inail”.  Diciamo subito che tale danno differenziale ricomprende tutte quelle voci di danno che, non coperte dall’assicurazione obbligatoria Inail, restano a carico del datore/responsabile civile. Esso ha una estensione diversa a seconda che si tratti di infortuni  o di malattie professionali denunciate prima o dopo lo spartiacque determinato dall’art. 13 della legge 38 del 2000, ossia prima o dopo l’entrata in vigore il decreto ministeriale 12 luglio 2002 di approvazione delle nuove tabelle per l’indennizzo del danno biologico in sede di assicurazione obbligatoria Inail. L’art 10 del T.U. 1124/65 prevede che, per il solo fatto di essere coperto dall’assicurazione obbligatoria presso l’Inail, il datore di lavoro sia esonerato dalla responsabilità civile per gli infortuni, a meno che non venga irrogata sanzione penale, per il fatto dal quale l’infortunio è derivato, al datore stesso o a coloro che egli ha incaricato della direzione o sorveglianza del lavoro. Circa il quantum, la norma dell’art 10 pone precisi vincoli: non spetta alcun risarcimento qualora il giudice riconosca che questo non ascende a somma maggiore dell’indennità Inail mentre, quando si faccia luogo a risarcimento, questo è dovuto solo per la parte che eccede l’indennità. L’art 13 della legge 38/00 ha innovato profondamente una parte di tale disciplina prevedendo che sia l’Inail ad indennizzare il danno biologico conseguente ad infortuni sul lavoro verificatisi e a malattie professionali denunciate a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale d’approvazione delle tabelle delle menomazioni e dei valori di indennizzo. La nuova norma prevede che, in luogo dell’erogazione della rendita per l’inabilità permanente stabilita dal testo originario dell’art. 66 numero 2 del T.U., l’Inail eroghi un indennizzo la cui misura è data dalla apposita “tabella indennizzo danno biologico” da applicarsi in considerazione dell’età dell’assicurato al momento della guarigione clinica. L’indennizzo è areddituale (prescinde dal reddito del danneggiato poiché considera solo la menomazione, che lede chiunque nello stesso modo), crescente in funzione della gravità della menomazione (il punto-base è di euro 826,33), decrescente in funzione dell’età (la tabella prevede undici scaglioni classi d’età di 5 anni ciascuno), variabile in funzione del sesso (tiene conto, con importi più alti, della maggiore durata della vita media delle donne rispetto agli uomini). V’è da ribadire che, le prestazioni erogate dall’Inail, al lavoratore infortunato, non esauriscono il diritto al risarcimento del danno, benché, il sopra menzionato articolo di legge, preveda l’estensione della copertura assicurativa obbligatoria anche al danno biologico ed un’articolata serie di criteri di computo per la sua determinazione e liquidazione. Infatti l’erogazione a carico dell’Inail, quale indennizzo del danno biologico, non copre ogni pregiudizio che il danneggiato può aver sofferto a tale titolo in quanto risulta essere inferiore al risarcimento, per lo stesso danno, in forza delle tabelle utilizzate dai tribunali per la quantificazione equitativa del danno biologico da invalidità permanente, ovvero sulla base delle tabelle previste dall’art. 139 cod. ass. per la liquidazione del danno biologico riportato in seguito a sinistro stradale. Varie pronunce hanno affrontato l’argomento per l’ammissibilità del risarcimento per il danno differenziale biologico, già a seguito dell’introduzione del D.lgs. 38/00 (Trib. Monza, sez. IV, 16 Giugno 2005, n. 1828; Trib. Bassano del Grappa, 24 gennaio 2006, n.59; Trib. Vicenza, 4 gennaio 2007, n. 321). Da una lettura comparata di tali sentenze emerge che i giudici pongono al centro delle loro decisioni il principio, più volte sancito dalla Corte Costituzionale, secondo cui la tutela del risarcimento del danno alla salute deve essere integrale e non limitabile, per giungere, appunto, all’ammissibilità del risarcimento del danno differenziale. Negare la possibilità di agire per il c.d. danno biologico differenziale, comporterebbe una manifesta disparità di trattamento fra soggetti che abbiano subito un danno biologico in seguito ad un infortunio sul lavoro (i quali avrebbero diritto soltanto ad un indennizzo per il danno subito), rispetto a tutti gli altri soggetti che abbiano subito un danneggiamento non riconducibile ad un’attività lavorativa.

Una volta accertata l’avvenuta corresponsione, da parte dell’Inail, dell’indennizzo a titolo di danno patrimoniale e biologico, bisogna procedere alla determinazione del danno secondo i criteri ordinari, per poi effettuare un raffronto fra l’importo che ne risulta e l’ammontare delle prestazioni erogate dall’Inail riconoscendo in favore del danneggiato l’eventuale differenza. In tal modo, ad esempio, Cass. Civile, III Sez., n. 10035 del 25/05/2004, la quale richiama l’art. 10 del DPR n. 1124/65: “La norma di cui all’articolo 10 del D.P.R. n. 1124/1965, commi sesto e settimo, prevede che il risarcimento spettante all’infortunato sul lavoro o ai suoi aventi diritto sia dovuto solo nella misura differenziale derivante dal raffronto tra l’ammontare complessivo del risarcimento e quello delle indennità liquidate dall’I.N.A.I.L. in dipendenza dell’infortunio, al fine di evitare una ingiustificato arricchimento in favore degli aventi diritto, i quali, diversamente, percepirebbero, in relazione al medesimo infortunio, sia l’intero danno, sia le indennità. Tale danno “differenziale” deve essere, quindi, determinato sottraendo dall’importo del danno complessivo (liquidato dal giudice secondo i principi ed i criteri di cui agli artt. 123 c.c. e segg., artt. 2056 c.c. e segg.) quello delle prestazioni liquidate dall’I.N.A.I.L.”; Trib. Pisa n. 659 del 03/05/2011: “Anche dopo la riforma operata dal D.lgs. n. 38/2000, il lavoratore ha diritto (sussistendo i presupposti ex articolo 10 del T.U. 1124/65) ad ottenere dal datore di lavoro il ristoro del danno biologico differenziale, in quanto l’indennizzo corrisposto dall’Inail non copre tutto il danno alla salute, avendo quest’ultimo natura assistenziale”.

Si deve tenere conto che vi sono voci di danno (danno morale, danno esistenziale e altre voci di danno non patrimoniale diverso dal biologico) che sono estranee alla copertura assicurativa Inail, tenuto conto che nessuna novità ha apportato, in merito alla disciplina previgente, il D.lgs. 38/00. Tali danni devono essere sottratti al conteggio da effettuarsi per accertare il cd. danno differenziale. Pertanto le voci relative al danno morale e ad ogni danno non patrimoniale diverso dal biologico devono essere integralmente risarcite al danneggiato senza limitazione alcuna. La giurisprudenza prevalente ha avallato siffatto orientamento: “Il lavoratore può agire contro il datore di lavoro, al di là di quanto liquidatogli dall’Inail, sia per l’ottenimento del danno morale ex articolo 2059 Cod. Civ., sia per l’ottenimento del danno patrimoniale non connesso alla perdita di capacità lavorativa” (Cfr. Tribunale di Bari, III Sez., 01/09/2010). Da ciò consegue che si dovrà accertare il danno dell’infortunato nel complesso risarcibile e da questo evidenziare le voci di danno biologico e patrimoniale procedendo a sottrarre, solo da queste voci, gli importi corrispondenti alla rendita capitalizzata nel complesso percepita dall’attore, così verificando la sussistenza o meno di un danno differenziale da liquidare. In tal senso ha statuito la recente sentenza n. 17407/16 della Cassazione Civile sul calcolo del danno differenziale. Precisamente, i giudici della Suprema Corte, stabiliscono il principio secondo cui il calcolo del danno c.d. differenziale, fra risarcimento del danno e indennizzo Inail, va effettuato sottraendo dal credito risarcitorio civilistico l’importo pagato dall’Inail per la stessa voce. In tal modo, quando la vittima di infortunio, abbia percepito anche l’indennizzo da parte dell’Inail, per calcolare il danno biologico differenziale è  necessario: determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile, ivi incluso il danno morale, e sottrarre da tale importo, non il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’Inail, ma solo il valore capitale della quota che ristora il danno biologico.

Cercando di entrare nello specifico, l’art. 10 del T.U. 1124/1965 trova applicazione, quale ulteriore risarcimento, “qualora il giudice riconosca che questo ascende a somma maggiore dell’indennità che è liquidata all’infortunato o ai suoi aventi diritto ed è dovuto solo per la parte eccedente l’indennità”.  Tale principio è aderente a quanto affermato nella sentenza delle Sezioni Unite di “San Martino” (S.U. 11 novembre 2008 n. 26972) sull’ammissibilità del danno differenziale richiesto dal lavoratore, rispetto a quello erogato dall’assicuratore sociale, ove ne fornisca la prova, consistente “nell’integrale risarcimento del danno alla persona, di carattere non patrimoniale, al responsabile dell’infortunio o malattia professionale”. Le S.U. di “San Martino” ritengono che tale conclusione valga sia per il danno c.d. qualitativo (cioè per le voci di danno che non sono ricomprese nel danno biologico Inail, ma ricomprese nel danno biologico civilistico), sia per il danno quantitativo (cioè per l’eventuale maggior importo dovuto al lavoratore in sede civile per il danno biologico rispetto a quello liquidato dall’Inail per una ritenuta maggiore percentuale o differente liquidazione tabellare). Il giudice del merito calcola autonomamente il danno biologico civilistico (artt. 1221, 2056 cod. civ.), generalmente in relazione alla percentuale riconosciuta dal CTU, senza condizionamenti derivanti della valutazione effettuata dall'Inail a mezzo dei suoi sanitari ai fini del danno infortunistico, stabilendo, quindi, se l'importo liquidato dall’Inail è esaustivo del danno biologico subito dal danneggiato, riconoscendo, eventualmente, la differenza rispetto all’importo liquidato dall’Inail. Il giudice civile non è, quindi, vincolato dalla valutazione dell’Istituto, relativa al danno biologico, fondata su criteri e su voci di danno diversi ancorché simili, anche perché le tabelle Inail, per la valutazione del danno indennizzabile, sono inferiori rispetto alle tabelle in uso nei vari tribunali cosicché, l’importo ottenuto dall’Inail è sempre inferiore, a parità di valutazione dalla percentuale di danno biologico in ambito civilistico e previdenziale, rispetto al risarcimento a cui è obbligato il responsabile del danno o l’impresa assicurativa r.c.a.

Recentemente la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 9166/2017, si sofferma sui presupposti che fanno sorgere l’obbligo, del datore di lavoro, di risarcire i danni eccedenti l’importo dell’indennizzo dovuto in base all’assicurazione obbligatoria. In particolare, in tale decisione, la Suprema Corte, respinge l’orientamento dottrinale che richiede, ai fini di una valida formulazione della domanda di risarcimento del danno differenziale, una rigorosa specificazione dei presupposti che danno luogo a tale obbligo, ed in particolare la puntuale e formale qualificazione del fatto in termini di illiceità penale e la specifica deduzione del preteso quantum in termini di danno differenziale. Invero, la Corte ritiene che tali specificazioni siano superflue, infatti, è sufficiente che il lavoratore alleghi circostanze di fatto che possano essere comprese in una delle fattispecie di reato considerate dalla norma, giacché l’operazione di sussunzione e qualificazione giuridica compete esclusivamente al giudice. Anche con riguardo alla quantificazione del danno differenziale, la Corte di Cassazione non ritiene necessario che la domanda contenga una specifica indicazione del quantum; invero, posto che il meccanismo previsto dall’art. 10 D.P.R. n. 1124 del 1965 opera d’ufficio, non sussiste l’esigenza di onerare il lavoratore di tale obbligo. Inoltre la Corte considera che il petitum della domanda avente ad oggetto l’intero danno, senza specificazione del quantum dovuto a titolo di danno differenziale, è più ampio del petitum della domanda di danno differenziale; conseguentemente, poiché il danno differenziale risulta compreso nell’oggetto della domanda formulata, non vi è la necessità di un’ulteriore specificazione.

Va considerato, infine, che il credito per danno differenziale è considerato, in forza di un orientamento prevalente della giurisprudenza (Cfr. Cass. 24 febbraio 2006, n. 4184), credito di valore, quindi, va quantificato alla data di liquidazione definitiva e sulla somma finale vanno calcolati la rivalutazione monetaria e gli interessi da ritardo, con decorrenza dal momento in cui il danno è stato cagionato.

Di talché, la risposta alla domanda se l’indennizzo erogato dall’Inail escluda in tutto o in parte la possibilità per il danneggiato di ottenere l’integrale ristoro del maggior danno subito, quantificato secondo i criteri civilistici, dovrebbe a questo punto, essere chiara. Il danno differenziale sarà ammissibile per tutte le voci di danno non coperte dall’assicuratore sociale e ciò rappresenta un vero e proprio diritto per il lavoratore, in attuazione di quella tutela che il legislatore, già a livello costituzionale, gli attribuisce.

 

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